Ipocalcemia al parto nella vacca da latte

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Fisiologica se lieve e transitoria

In occasione del parto, il grande e repentino consumo di calcio legato alla fase espulsiva, unitamente al suo forte drenaggio conseguente alla produzione del colostro determinano, anche in condizioni ottimali, una normale riduzione del calcio ematico nella vacca, che resta nell’ambito del “fisiologico” se contenuta nella diminuzione e transitoria se la vacca raggiunge nuovamente in modo rapido i valori calcemici corretti.

Quali valori di calcemia possiamo aspettarci al parto?

Nell’arco delle prime 48-72 ore dopo il parto, il corretto funzionamento del sistema omeostatico che regola la calcemia riporta i valori di calcio, scesi intorno ai 6 mg/dl subito dopo il parto, ai fisiologici valori di 8-8,5 mg/dl.

Ipocalcemia

Questo avviene se il sistema paratormone (PTH) – vitamina D3 attivata (Calcitriolo o 1,25-diOHcolecalciferolo) riesce a svolgere in maniera ottimale il suo ruolo, e ciò succede se si verificano queste 3 condizioni:

1) competenza corretta dei recettori per il PTH;
2) idrossilazione completa della vitamina D, che la rende attiva in senso ormonale;
3) attivazione del complesso adenilato ciclasi (AMP ciclico-proteina G) magnesio (Mg) dipendente.

Come fare per gestire al meglio la calcemia al parto?

La ghiandola paratiroide risponde assai velocemente all’abbassamento dei livelli di calcio nel sangue producendo l’ormone paratiroideo PTH, che agendo su specifiche cellule all’interno di ossa, reni ed intestino, promuove l’aumento del livello sierico di calcio. In sostanza il PTH promuove:

1) a livello osseo la demineralizzazione, e quindi il rilascio di calcio e fosforo per stimolazione degli osteoclasti;

2) a livello renale il riassorbimento di calcio e l’escrezione di fosforo;

3) a livello intestinale l’assorbimento di calcio.

Questi effetti del PTH, congiuntamente a quelli della vitamina D3, si ottengono se c’è la corretta conformazione dei recettori per il paratormone, che si realizza in condizioni di pH fisiologico del sangue ed è alterata e bloccata da situazioni di alcalosi metabolica.

Allo stesso modo, una piena efficienza del fegato costituisce il requisito fondamentale per avere l’idrossilazione e quindi l’attivazione della vitamina D. Tutto questo è altresì possibile se la magnesemia è corretta, in quanto il magnesio partecipa sia all’attivazione del complesso adenilato ciclasi- AMP ciclico, sia alla formazione del 1,25-diidrossicolecalciferolo.

Da ciò deriva l’assoluta importanza di monitorare il profilo minerale della dieta della vacca in transizione, con particolare riferimento ai valori di potassio e magnesio (K e Mg), al fine di ottenere valori di DCAD vicini alla neutralità, (e quindi tali da evitare condizioni di alcalosi) e adeguati valori di magnesio rispetto al potassio, vista la diretta competizione all’assorbimento che esiste tra questi due minerali a livello ruminale.

Altrettanto importante è però anche occuparsi di preservare al meglio la funzionalità epatica nel periodo di transizione della vacca (a livello epatico avviene il processo di idrossilazione che attiva in senso endocrino la vitamina D), grazie all’utilizzo di fattori lipotropi ed epatoprotettivi (quali colina, metionina, carnitina), tant’è che esiste una stretta correlazione tra valori di calcio e NEFA nel sangue.

Supplementazione di calcio al parto: perché, come, quale, quanto?

Come precedentemente detto, anche in condizioni ottimali, al parto nella vacca si realizza una situazione di temporanea fisiologica ipocalcemia, a cui cercano di fare fronte i meccanismi omeostatici del calcio dell’organismo.

La somministrazione di calcio al parto quindi è assolutamente utile nel coadiuvare i meccanismi omeostatici dell’organismo nel ripristino rapido della calcemia corretta.

Fatto salvo i casi conclamati di ipocalcemia clinica grave dove i valori estremamente bassi di calcio nel sangue richiedono la somministrazione endovenosa, per il resto, nelle situazioni di ipocalcemia subclinica, è non solo consigliabile ma decisamente preferibile la somministrazione orale, in quanto in tal modo evitiamo rischi di ipercalcemia iatrogena transitoria, sicuramente stressante in senso metabolico e con qualche rischio cardiaco collegato. Inoltre, la somministrazione orale garantisce dei livelli ematici di calcio post assorbimento più costanti nel tempo rispetto alla somministrazione endovenosa, integrandosi meglio coi sistemi omeostatici del calcio.

L’assorbimento passivo del calcio, che a differenza di quello attivo non richiede la partecipazione della ditamina D3, si basa sul principio del gradiente di concentrazione dei livelli di calcio lume/sangue e tale gradiente si realizza solo utilizzando fonti di calcio altamente solubili e disponibili; sono queste le forme di calcio da supplementare (come ad esempio calcio cloruro o solfato, fonti organiche come acetato o lattato di calcio o l’ottimo, anche se costoso, pidolato).

In tal caso il carbonato di calcio, nonostante sia molto economico e più palatabile ad esempio del cloruro di calcio, essendo poco solubile non si presta alla somministrazione orale per ottenere un rapido assorbimento del calcio.

La quantità di calcio da supplementare per ottenere buoni risultati, utilizzando come detto fonti di calcio ad alta solubilità e disponibilità, si aggira intorno ai 100 g di calcio. La forma di somministrazione (bolo,gel, liquido), se non pregiudica la solubilità, non ha effetti sull’efficacia del trattamento.

Resta il fatto che la forma liquida è solitamente assai piu economica, molto efficace e il minimo rischio di ab ingesis, potenzialmente connesso alla somministrazione rispetto alla forma bolo, si annulla con la somministrazione in drench con pompa.

Concludendo, possiamo dire che la supplementazione orale di calcio al parto:

1) coadiuva e migliora in tutte le vacche il rapido ripristino della calcemia da parte del sistema omeostatico del calcio dell’organismo;

2) statisticamente il 50% delle pluripare, ma anche il 25% delle primipare hanno situazioni di ipocalcemia subclinica che prontamente trattata evita derive patologiche peggiori (quali dislocazione, metrite, mastite);

3) rappresenta un trattamento con un ROI di almeno 1:4, data la prevalenza media dell’ipocalcemia nei nostri allevamenti e il fatto che un caso di ipocalcemia produce una perdita di almeno 250€.

Facciamo dunque giocare la “partita della lattazione” alle nostre vacche con un buon “calcio d’inizio”!

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